Critics & Press Review

La parabola artistica di Vincenzo Calì segue una traiettoria originale e inconsueta. Le sue prime esperienze pittoriche risalgono alla fine degli anni Ottanta. Questa sua prima fase esecutiva colpisce l’osservatore per la carica e il vigore, non solo del tratto, ma anche del colore. La pennellata è generalmente larga, ben visibile e rintracciabile sul supporto di riferimento; i colori sono accesi o comunque a contrasto. Peculiarità del genere lo accomunano all’espressionismo tedesco. Si tratta di una pittura ben lieta di trattare soggetti differenti: nature morte, nudi, maschili e femminili, animali in corsa. L’autore qui analizzato è in tal senso variamente ispirato. Nel caso della trattazione della figura umana, soprattutto muliebre, la vena erotica è palese. In Red Woman, Red Woman 2 e Red Woman 3 il sesso femminile, così come il seno turgido vengono svelati con naturalezza. La preminenza del colore rosso in lavori di questo genere è da ricollegarsi alla passionalità e alla carnalità ad esso associato. Tali donne, diversamente atteggiate, a volte restituite in pose anche ardite, non risultano tuttavia volgari. Mi piace pensare a Red Women come ad una diversa prospettiva di Un bar aux Folies Bergeres, la celebre opera di Manet del 1882. In lavori di questo genere la linea, pur essendo accentuata, non è esasperata; anzi, spesso si rivela sinuosa e tratteggia flessuosamente la fisicità femminile. In Red Woman 3 c’è, invece, maggiore spigolosità, indice forse di una maggiore e diversa carica emotiva nel momento esecutivo.
Intensa è pure Red Forest: lo spiccato slancio dei tronchi dipinti verso l’alto la fa divenire una sorta di cattedrale gotica naturale. In Cheetah, invece, emerge un’attenzione particolareggiata al movimento, un’indagine mutuata dalla corrente futurista. Notevoli anche le succitate nature morte: gli oggetti in primo piano emergono per contrasto dallo sfondo scuro, con elementi stranianti quali gli occhi scrutatori dell’artista. Il topos del memento mori è in questo caso trattato con personalità dall’esecutore.

Nella produzione più recente, l’esecutore muta stilemi, ma viva e presente è la componente psicologica. Il mondo femminile non smette di attrarlo; ad esso si dedica in maniera rinnovata.
Colpisce sicuramente la figurazione, in taluni casi meno stilizzata. Se prima le sensazioni suscitate nel fruitore venivano a dipendere da uno schema lineare ridotto, abbinato ad un essenziale stesura cromatica, che tuttavia non rinunciava ad una tridimensionalità sua propria, ora importanza primaria viene affidata alle espressioni. In ciò l’uso del pastello si dimostra all’altezza. Protagonisti di siffatte opere divengono non di rado icone del mondo di oggi: attori, attrici, band famose. In tal senso, il pittore è ideologicamente vicino alla Pop Art.
Davanti l’iconica Sharon Stone di Basic Instinct, che lascia intravedere i genitali, intavolo un confronto con l’origine del mondo di Courbet: se in quest’ultimo caso il sesso viene mostrato e rappresentato in maniera fortemente realistica, senza orpelli né componenti fascinose, la tela di Calì, così come il film cui si è ispirato, tira invece in ballo la tematica della dark lady, la donna dominatrice, sicura di sé, dinanzi alla quale l’uomo, inerme, è destinato a soccombere. In altri casi, invece, emerge la femme fatale, che, a differenza della prima, non è foriera di morte, seppur condivida con la prima una spiccata tendenza alla lussuria.
Ivan Caccavale (Storico e critico d’arte, curatore, Roma).

 

È un ritratto della Sharon Stone del thriller erotico «Basic Istinct» il simbolo della mostra che domani Vincenzo Calì inaugurerà, alle 18,30 alla Smart Gallery Store Inarttendu di Via Martinet 6. Nel 1992, accavallando le gambe, senza indossare biancheria intima sotto il corto abito bianco, per sedurre dei poliziotti che la interrogavano l’allora trentaquattrenne attrice entrò nell’immaginario collettivo cambiando la geografia del desiderio al cinema. Esempio mirabile di seduzione, quell’incantesimo che, come ha scritto Francesco Alberoni, «risveglia il desiderio dell’altro e lo fissa su di sé».
«Seduzioni» è anche il titolo che il cinquantanovenne aostano ha dato alla mostra, che, ad ottobre, ha già riscosso un buon successo a Roma, nella galleria Area Contesa Arte di via Margutta 90. Ingegnere elettronico, insegnante, organizzatore di spettacoli, scrittore, blogger e politico Calì ha cominciato nel 1989 ad esporre una serie di oli in cui c’era già traccia del «pansessualismo espressionistico» di cui ha parlato il critico Ivan Caccavale. ln questa mostra lo fa con maggiore consapevolezza, lasciando capire che dopo la seduzione c’è quasi sempre l’abbandono. Seduzione che è questione di gesti e momenti. Come lo slacciarsi il reggiseno di «Just a moment» o il più o meno fortuito venir fuori di un capezzolo di «Ops». O, ancora, lo sguardo di sfida di «Ritratto in salita» o l’apparente altrove intellettuale di un corpo seminudo languidamente sdraiato su un divano. «A futura memoria» riproduce, infine, lo spogliarello della squillo interpretata da Sophia Loren in «Ieri, oggi, domani» di fronte al suo affezionato cliente Marcello Mastroianni. Nella decina di quadri, tra acrilici e pastelli, esposti Calì conferma quanto sia vero quanto sosteneva Michelangelo Buonarroti, che «si dipinge col cervello e non con le mani». Il segno pittorico dell’aostano è, infatti, frutto dell’elaborazione concettuale di un’attrazione fatale verso l’universo femminile. Verso quella «origine del mondo», che, non a caso, è il titolo del ritratto della Stone che richiama l’omonimo primo piano di vulva femminile dipinto nel 1866 da Gustave Corbet.
Gaetano Lo Presti (articlo su La Stampa del 5 dicembre 2019).

 

Come se una macchina del tempo fosse intervenuta per ribaltare la scena della crocifissione di San Pietro di Caravaggio, sul ring dove Mohammed Alì Cassius Clay ha appena messo a terra un avversario.
Oppure dove uno sfacciato Diego Armando Maradona scaglia con un pugno un bolide contro i lancieri della battaglia di San Romano di Paolo Uccello.
Si capisce subito che siamo entrati in un posto molto particolare: è la mostra personale di Vincenzo Calì nella sala espositiva della Finaosta, intitolata “I am (not) a Painter”, “(non) sono un pittore”, con il <non> tra parentesi.
Gli accostamenti inconsueti sono molti tra la trentina di quadri esposti, parentele spazio temporali rivelate da uno spirito ironico che si diverte un mondo a dipingere i cortocircuiti della sua fantasia.
Don camillo e Peppone al grande fratello, Coppi e Bartali sulla luna con l’apollo 11, i tre di Yalta in un talk show, Alessandro Manzoni e i Simpson, Guglielmo Marconi con la pantera rosa su facebook.
Altre stagioni e altri incontri tra parole e raffigurazioni troviamo nella serie di “volti”, dove lo stesso sfondo del ritratto è sempre e comunque un testo.
Oppure con le scene intitolate “l’amore al tempo della crisi”, piene di piccole figure da scoprire.
L’arco di un’attività pittorica che si articola su alcuni decenni in modo non continuativo mostra necessariamente differenze di stile e di impostazione, ma la compresenza di astratto e figurativo non disturba, perché è unitario il metodo che è alla base di tutte le prove pittoriche dell’autore. Nasce innanzitutto in forma di parole e si trasforma in immagine prima di diventare visibile.
Pittore o non pittore, scrittore o non scrittore, ma senza dubbio testa pensante e autore di talento, Vincenzo Calì è di quelle persone a cui le etichette non si adattano.
Giulio Cappa (servizio per il TGR Valle d’Aosta, ottobre 2016)

Le scelte iconografiche e cromatiche di Vincenzo Calì costituiscono lo spazio ideale della sua sperimentazione artistica.
In effetti di sperimentazione si deve parlare, per quel suo costante “confronto” con temi di figura, dagli attori ai corpi nudi di donna, nonché con la materia del colore ad olio, ora distesa a grosse pennellate in cui è facilmente ripercorribile la forza del gesto per quei non finiti e le subitanee riprese, ora raddensata in grumi turgidi di sostanza quasi ad ottenere un effetto decorativo plastico, come nel lavoro dal titolo “Amore” (1988).
Le rese cromatiche di Calì nascono dal particolare rapportarsi di forma e luce, a volte a favore di una ricca vibrazione tattile come in “Foresta Rossa” e “Paesaggio“, altre invece in chiave dichiaratamente plastica: il colore è materia, manifestazione di vitalità fisica, la carne ‘vive e si consuma offrendosi’. Un’offerta consapevole degli eventuali “Applausi” o degli “Assolo” di chi lavora sul segno proponendolo quale forza prorompente e già ritorta su se stessa in un ritorno senza stacco sul segno appena tracciato, sulla linea che per prima ha generato ed ora si raccoglie per una nuova fioritura. Si tratta di ‘fiori della luce’, di corpi sbocciati sotto la vivida luce di ascendenza caravaggesca (“luci dal Passato”). Sono il mondo stesso e la sua innata forza creatrice a tracciare le maglie della ricerca personale e al contempo artistica di Vincenzo Calì. Le ‘voci’ che parlano vanno componendosi lentamente in un unico registro sempre più definito nei temi come nelle pennellate di colore.
Da sempre, la pittura così gestuale ed immediata affascina Calì, permettendogli di varcare i limiti quantificabili e scientificamente definiti della sua attività professionale. L’arte entra nella vita e la trasforma.
Manuela Cusino (Articolo sulla mostra “Donne Rosse”, Aosta, 21-30 maggio 1989)

 

PANSESSUALISMO ESPRESSIONISTICO.
L’officina pittorica di Vincenzo Calì opera, al momento, dietro l’insegna della sperimentazione.
I risultati non presentano, tuttavia, il carattere del provvisorio. Prove e verifiche sono indirizzate alla ricerca di un modulo espressivo che sia docile veicolo  dell’ispirazione  e concernono in sottordine, fuori di un progetto definito, lo scavo tematico e il perfezionamento delle tecniche. Si capisce, infatti, che il mestiere si è assodato attraverso un tirocinio di lunga lena, sostenuto dal perenne confronto con l’opera dei grandi maestri. I richiami sono appena rintracciabili, a riprova della robusta personalità artistica di Calì. Non tragga in inganno l’approssimazione di certe immagini che riempiono alcuni dei suoi quadri e sembrano evocate al limite del giuoco crittografico, suggerite appena da un configurarsi fortuito di freghi stizzosi, d’infantili ghirigori. Quella  rarefazione formale è il segno d’una pletora di emozioni che non sono rappresentabili con l’immagine statica, pedissequamente eseguita, ma trovano esito espressivo proprio in un ammatassarsi tumultuoso di linee, nell’arruffio dei profili.
Dal caos apparente Calì fa emergere l’oggetto del desiderio. È la donna, grande polo d’attrazione del suo immaginario, parafulmine delle sue inquietudini. E proprio lei, perenne musa e seduttrice, costituisce l’universo indagato sin nelle sfaccettature e nelle pieghe più intime. Si veda, infatti, la teoria delle figure monocromatiche, rosse in prevalenza, beneficate dalla forza plastica e costruttiva del colore. Immagine dietro immagine, Calì esplora, senza alcuna volgarità, anzi con l’occhio insieme tenero e impietoso di un amante, le grazie femminili, come si mettono a nudo nel talamo o nella solitudine. La lente d’ingrandimento indugia sul particolare, perchè l’esteta, sedotto dall’eterno femminino, non si appaga del primo colpo d’occhio, ma fruga e rivolta, alla ricerca dell’essenza ultima, immutabile. La donna è il leitmotif che percorre l’intera opera pittorica dell’artista. Gli stessi paesaggi sembrano orchestrati da segmenti di curvilinei femminili. In realtà, Calì ha reso la forma tributaria del colore. Sacrifica il disegno alle squillanti e accese modulazioni della materia cromatica – spremuta dal tubetto e disposta in un fitto arabesco di grosse virgole o spatolata, appiattita con le dita e il palmo della mano o, ancora, stesa a rapidi tratti di pennello -, ma lo ricupera e nobilita fino al rilievo scultoreo, nel ritmico contrapporsi dei toni, nella sutùra degli audaci accostamenti.
S’impone alla memoria l’esperienza dei “Fauves”; e la loro eresia, il loro coraggio.
Dionisio Da Pra (Articolo sulla mostra “Donne Rosse”, Aosta, 21-30 maggio 1989)

Vincenzo a 29 ans. Ses «Femmes rouges» aussi! Premier contact avec son expo à la Salle D’Art Communale: Tiens, il est brouillon, le petit Vincent!! Et puis, l’oeil accroche… Ça vibre, du coté de la palette indisciplinée -et de la facture rebelle qui défie les règles académiques de la Peinture moderne.
Sa «Femme après l’amour» ose le nu, le téton haut et la fesse exhibée mais le trait de la main arrête le voyeur dans un sursaut pudique.
Sensible jusqu’à l’introversion, le jeune peintre joue l’exhibitionnisme des tons crus, pour s’affirmer dans la quète d’un art qui le tient jusqu’au fin fond de l’âme .
«Mes yeux», son autoportrait, volontairement dévalorisant, est un hommage maladroit au grand Vincent et à l’inspiration Van Goghienne ; Calì sacrifie, tout de mème, la fameuse oreille coupée!! De très bons essais, à l’encre et au feutre – rouge!! – nous font penser que… si la soif de déroger aux lois cruelles de l’Art moderne ne le dépassent pas, il ira loin… Vincenzo Calì.
Avec du travail et un peu de discipline, le rendez-vous est pris pour dans 2 ans d’ici…
Gageons qu’alors la joie de vivre se verra moins, mais que le réel talent qui couve sous la toile y sera, cette fois-ci, plus évident encore.
Mr.Ni. (Articolo su “La Vallée Notizie del 27 maggio 1989)


«Donne rosse è il titolo della prima personale di Vincenzo Cali, ventinovenne artista valdostano che espone da domani fino al 30 maggio prossimo presso la saletta d’arte comunale di via Xavier de Maistre, ad Aosta.
Le parole non sono sufficienti a descrivere lo stile di quest’artista emergente, che il critico Aldo Spinardi ha definito uno degli «espressionisti contemporanei». Il nudo femminile, soggetto preferito dal pittore, richiama alla memoria le eroine negative di Moravia, perverse e sfuggenti per la loro ingenuità.
La scelta cromatica è abilmente giocata attraverso le tonalità del rosso, attraverso cui Vincenzo Calì comunica la passione del piacere solitario nell’intensa espressività di un labbro femminile: hanno qualcosa di mitologico le forme appena sfumate da grosse pennellate distese, dalle quali si intuisce la bestialità di  un  rapporto sessuale fra la ninfa e il centauro dallo sguardo lontano: una forte carica erotica pervade, seppur in maniera diversa, Autoritratto», dove anche predomina il rosso. Meno forte, ma altrettanto tangibile la stessa carica, soffusa di dolcezza. è comunicata ne «I miei occhi», opera nella quale l’artista dà prova di grande capacità tecnica. Ed eccolo cambiare soggetto e proporre paesaggi dove non viene meno la vivacità; il «Paesaggio» che l’artista descrive non è mai tranquillo, ma opulento e comunica una forte carica di vitalità, maggiormente percepibile in «Villaggio», in cui il gesto dell’artista diventa un percorso obbligato, senza per questo porre confini o limiti alla fantasia; la stessa manifestazione di vitalità  fisica si percepisce in «Applausi” dove si coglie la precisa definizione dei ruoli e l’ovazione del pubblico si confonde con l’anelito dei teatranti .
Grazia Ruiu (Articolo su “La Vallée Notizie del 20 maggio 1989)

Sin da bambino affascinato dall’arte e dalla pittura, Vincenzo Calì è riuscito dopo anni di amore e lavoro a raggiungere i risultati sperati, le giuste combinazioni cromatiche, lo stile spesso e personale da cui procedere nella ricerca.
Dopo le prime comparse in mostre collettive finalmente nel maggio di quest’anno la sua prima esposizione, quella stessa che dal 10 novembre sarà ospite del Roclò. Donne rosse ne è il titolo emblematico.
Il neoespressionismo di Cali prende forma dagli slanci istintivi dei sentimenti, facendo emergere dal colore donne pas­sionali, rosse di erotismo tangibile e silenzioso, rarefatto e interiore come un respiro trattenuto oltre che precede l’azione, l’aggressione.
La costante donna, morbide curve impastale da lunghe e accese pennellate in tributo ai caldi toni, al gioco vivo di luci, si intravvede anche nelle morbidezze dei paesaggi, delle nature morte che parlano un linguaggio di eros.
Bruna Airaldi (Articolo sulla mostra “Donne Rosse” al “Roclò”,  novembre 1989, Torino)

 I suoi nudi femminili, una lunga e densa pennellata rossa dalle spalle agli arti inferiori, lo situano tra gli espressionisti contemporanei.
Aldo Spinardi (maggio 1988, Torino)